Nell’Aprile del 2021 l’isola era serena, liberata. Mi ha ospitato nel suo momento più intimo, roccia ferma e mare in silenzio. La natura stava delicatamente riacquistando i suoi spazi e senza premeditazione mi sono ritrovato spettatore di questo evento. Una manifestazione eccezionale dalla breve durata, di lì a poco quella giusta normalità di un mondo in equilibrio avrebbe ridato il posto alla condizione precedente. Stavo vivendo un privilegio e ancora non lo sapevo. Questo progetto nasce come documentazione di una storia singolare, lontana dalle mie radici. Racconta di Serena, una ragazza nata a Capri con un’infanzia trascorsa nel laboratorio di maglieria di sua madre; un passato vicino ma colmo di tradizione e artigianato. Racconta una storia caprese che si compone di gesti lenti, cotone bianco e una certa delicata appartenenza che in quei giorni ho vissuto come rito quotidiano. Un incontro di isole: la Sardegna, la mia. Capri, la sua. Un arcipelago astratto dove la terra diventa parole, il mare memoria. Con gentile riguardo ho accolto le immagini che l’isola mi ha offerto, le leggende che mi ha narrato e le domande che mi ha posto. Ho cercato di interpretare i netti orizzonti dai profili pieni e vuoti, lontani e vicini, sempre presenti. La natura, protagonista in ogni caso, era talvolta incorniciata dagli antichi resti di muri a secco, presenza umana senza invadenza. Per tutto il tempo, una luce diffusa ha riscaldato i pochi colori circostanti; il bianco e nero ha reso i volumi familiari e il verde mediterraneo la chiave di quell’armonia. In quella appartenenza, appartenevo.